Intervista pubblicata il 26 novembre 2006
su 7Magazine
Gli ultimi fatti di cronaca mostrano sempre
più frequentemente l’uso della violenza fra adolescenti. Essi,
infatti, presentano ragazzini che picchiano un ragazzo down,
adolescenti intenti a violentare una loro coetanea: la lista è
abbastanza lunga.
Spesso tali violenze vengono scoperte da filmati che girano su
internet, filmati amatoriali, girati con i videofonini dagli autori
stessi.
Ma quali sono le ragioni, i motivi che spingono gli adolescenti a
dar vita a tali mostruosità?
Cosa li rende tanto sicuri da potersi “vantare” delle azioni
commesse?
Per rispondere a tali domande abbiamo chiesto aiuto al
Dott.
Carlo Cerracchio, psicologo e psicoterapeuta, Presidente
AIPEP - Associazione
Italiana Psicologia e Psicoterapia Onlus.
Alla luce degli ultimi fatti di cronaca, secondo Lei, qual’è il
fattore scatenante che induce gli adolescenti ad essere violenti?
Conosco abbastanza bene il mondo dei media per non fidarmi troppo
degli “ultimi fatti di cronaca”, nel senso che purtroppo esiste un
meccanismo perverso che trova interesse quasi esclusivamente
voyeuristico in situazioni estreme portate alla luce come esempi
generalizzati. Questo significa che sovente non si riesce a vedere
fenomeni di realtà importanti se non nel momento in cui questi
assumono carattere di “notizia”, per qualche episodio che scatena
l'interesse momentaneo e parziale, e per questo assolutamente
inutile.
Ma questa non è solamente una critica ai media, in quanto siamo
tutti coinvolti nella lettura a margine della realtà. Come fruitori
d'informazione siamo sempre più pigri e superficiali, ci
accontentiamo della realtà semplificata ed edulcorata che ci arriva
comodamente da giornali e TV. Come “specialisti” ci lasciamo spesso
sedurre da qualche comparsata, che ci lustra il nome e l’aurea
sbiadita, in un mondo sempre a caccia di palcoscenico e sempre meno
attento a quello che scorre nella vita di tutti i giorni.
Questo non vuol dire che il fenomeno della violenza non esista,
anzi, viviamo a stretto contatto con essa, ce ne nutriamo
abbondantemente da mane a sera, facendola diventare, la violenza e
l'aggressività, un metodo comune di relazione con l'altro da noi, e
quindi con noi stessi.
Perchè i giovani sono violenti? Siamo sicuri che vogliamo veramente
saperlo?
Siamo in grado di accettare tutto quello che ne consegue?
Perchè sono violenti? Perchè mimano la realtà che gli è intorno,
come è logico che sia.
Ma ci chiediamo perchè sono così ignoranti, bacchettoni, incapaci di
qualsiasi azione di rivalsa e contrasto verso i genitori, a loro
volta assurdamente immemori delle loro critiche vicende
adolescenziali, e stupidamente soddisfatti della pericolosissima
tregua generazionale.
Io francamente mi spavento più dell'incapacità dei giovani di essere
giovani, cioè di fare la loro necessaria rivoluzione etica e
culturale, che della loro disperata violenza, che forse ne consegue.
Forse odiamo i giovani così tanto da averne castrato ogni valenza
critica, liberatoria ed innovatrice, pericolosissima per la civiltà
del fondamentalismo economico occidentale.
Il gruppo “incoraggia” la violenza?
È noto che i fenomeni di gruppo limano le posizioni individuali e
creano presupposti di azione collettiva in grado di scatenare con
maggiore facilità violenza ed aggressione. Ma, se questo è vero come
fenomeno naturale della condizione sociale umana, meno rassicurante
è la capacità attuale dei fenomeni di massa di coinvolgere e
sovrastare completamente le coscienze individuali. Viviamo forse
sempre di più nell'ipotesi frommiana di una società iperconformista
e massificata, dove l'interesse per l'individuo soccombe verso la
realizzazione della perfetta soggettività consumistica, acritica e
disciplinata ai voleri della pubblicità e dei grandi interessi
economici.
Perchè a suo avviso gli adolescenti filmano col telefonino gli
atti violenti da loro compiuti ai danni di vittime indifese?
Perchè fanno la loro televisione, mimano quella vera. Vogliono
esprimere bisogno di potere, di forza vigliacca contro i fragili,
quello che la nostra civiltà premia. E, in quanto castrati della
loro funzione critica, sono incapaci di rigettare i valori
dominanti, assumendoli come propri. Le aggressioni verso i deboli
mostrate tutti giorni dalla tivvù, vittime indifese appunto, che
siano arabi colpevoli di petrolio, di miserabili in cerca di fortuna
nella civiltà dell'oro, sono, nel mondo degli adulti, giustificate,
rese opportune e necessarie dagli interessi della nostra santa
democrazia.
Il vincitore, nella nostra disperata cultura, è colui che porta
avanti i propri egoistici interessi, che si rende insensibile ai
bisogni degli altri e che domina e nega ogni sofferenza e condizione
d’inferiorità.
È il delirio scatenato dalla psicopatologia del potere, fenomeno
epocale di ipertrofia delle funzioni egocentriche ed aggressive, che
osanna l’onnipotenza del se grandioso, struttura psichica delle
prima fasi evolutive, che maschera l'insufficienza propria della
condizione infantile con la realizzazione fantastica di un potere
personale assoluto aggressivo e non relazionale.
Questo potere, infantile, incongruo con le necessità sociali della
nostra specie, proiettato su figure potenti dell'economia e della
politica e dello spettacolo, uniche fonti di soddisfazione
istintuale e pertanto acriticamente idolatrate per divenirne
immagine e somiglianza, è sintomo e grave condizione di una società
involutiva, disturbata ed incline alla catastrofe psichica e
sociale.
Cosa propone dal punto di vista terapeutico per arginare il
fenomeno?
Assolutamente nulla, in quanto intervento specifico. Sono certo che
compariranno a breve illustri colleghi pronti alla somministrazione
di panacee psicofarmaceutiche per la cura della nuova “sindrome da
aggressività videofoninica”. Ci basta la malaugurata vicenda del
Ritalin e della “sindrome da iperattività”, per essere sconfortati a
sufficienza dalle risposte terapeutiche ai disagi psicologici dei
giovani. Diversa, complessa e probabilmente utile, sarebbe un’azione
condotta a livello globale, per esempio nelle scuole, ma anche nelle
famiglie, per aiutare i giovani ad esprimere in maniera evolutiva il
proprio inevitabile disagio. Ricordiamoci che la violenza e
l'aggressività sono segnali di sofferenza rigettata all'esterno, di
incapacità di assorbire le violenze subite, e che in ogni vittima si
sta producendo un plausibile carnefice.
In che modo si dovrebbe cercare di “recuperare” gli autori di
tali misfatti?
Gli autori e soprattutto le vittime. Questo è un problema delicato.
Credo che per ogni situazione di disagio personale debba prevedersi
una risposta che tenga conto della storia e condizione individuale.
Per il recupero di una sofferenza abbiamo però bisogno che questa
sia in qualche modo sentita dall’interessato. Questo forse è il più
grosso problema.
Carlo
Cerracchio
A cura di: Angela Allegria
(7Magazine)