Riflessioni psicosociali sul
fumetto
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Da oltre un secolo il
fumetto esiste come genere “a sé stante”.Evitiamo la polemica,
irrisolta ed irrisolvibile, sulla datazione della sua data di
nascita, per soffermarci a considerare come la cultura ufficiale da
oltre cento anni consideri questo genere espressivo una “non arte”[1]
per bambini e sprovveduti in generale che, divenendo un fenomeno di
costume, ha sviluppato attorno a se una gran mole di studi
pedagogici e psicosociali più o meno attenti e più o meno avversi a
seconda della cultura e dei differenti paesi in cui sono stati
condotti. |
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1. Gli USA |
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Appare importante
affrontare, in questo trattamento, le reazioni al fumetto in un
Paese che, a torto o a ragione, ne viene considerato la culla. |
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In campo cinematografico
era stata decisa una regolamentazione sulla moralità dei contenuti
che aveva preso il nome di Codice Hays. |
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“Negli anni Venti
l'opinione pubblica americana era sempre più allarmata dal numero
sempre crescente di scene e situazioni di violenza, sesso e
illegalità nei film. Per evitare restrizioni imposte dal governo le
associazioni di produttori e distributori cinematografici degli
Stati Uniti crearono un proprio organo di autodisciplina guidato da
Will H. Hays, allora Ministro delle Poste. L'influenza di Hays
divenne cosi' grande che l'organo di autodisciplina venne
soprannominato "l'ufficio Hays". Il Codice Hays Per La Produzione Di
Audiovisivi entrò in vigore nel 1934, e rispetto agli standard
odierni era molto severo: riguardava soprattutto la rappresentazione
di sesso e violenza, ma si riferiva anche all'illegalità in
generale. Dopo la seconda guerra mondiale la popolarità sempre
crescente della televisione allargò le possibilità di scelta del
pubblico e si moltiplicarono gli attacchi all'Ufficio Hays, accusato
di limitare le creatività dei cineasti imponendo regole severe per
la rappresentazione di determinati eventi. Per esempio una storia
di vendetta, se ambientata nei tempi moderni, non poteva essere
giustificata; non si poteva mostrare nei dettagli come i crimini
venivano commessi o un criminale che traeva profitto da attività
illecite. |
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A seguito della Miracle
Decision della Corte Suprema, negli anni Cinquanta, i film vennero
dichiarati protetti dal Primo Emendamento e le regole imposte dal
Codice Hays vennero dichiarate incostituzionali. Film come "Chi ha
paura di Virginia Woolf?" e "Blow-Up" (entrambi del 1966) ispirarono
la decisione di Jack Valenti, presidente del MPAA, di abolire il
Codice Hays nel 1967. Fu il primo passo verso la revisione del
sistema delle censure e dei divieti ai minori del 1967.”[2]
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L’introduzione di questo
codice aveva prodotto effetti anche su altre aree dell’industria
culturale, in qualche modo affini alla cinematografia, conducendole
ad una uniformazione sul trattamento di tutto ciò che riguardava la
sessualità e la moralità. |
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In piena controtendenza,
negli anni ’50 il fumetto promosse il Comics Code Authority, un
codice censorio che ricalcava, per stile e modalità e finalità, il
Codice Hays: storicamente, la fine della guerra aveva decretato la
momentanea crisi del genere supereroistico che aveva conosciuto un
momento di grande espansione durante il “clima torrido della
propaganda interventista”[3].
La crisi di quel genere fumettistico, chiaramente rassicurante e
dalla violenza spesso sublimata in quanto agita dai “buoni”, aveva
fatto posto a produzioni fantasy, fantascientifiche e horror dai
toni più cupi, anche se una rilettura in chiave più moderna ci
fornisce certamente una interpretazione molto critica del “model way
of life” americano, ma anche grottesca, ironica e surreale. |
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Tuttavia il crescente
successo di questo genere turbava le coscienze americane e
destabilizzava i delicati equilibri di quelle associazioni che negli
USA si occupano di coordinare e tutelare la pubblicazione delle
opere in uno o più stati[4]. |
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Nel 1954 Wertham, uno
psicologo americano, pubblicò un libro dal titolo “Seducion of the
innocent” che contribuì a creare le basi necessarie per una messa la
bando di quelle pubblicazioni a loro modo devianti. |
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Wertham sosteneva, senza
troppa originalità, che i media in generale influivano sullo
sviluppo psicologico delle nuove generazioni, di conseguenza media
contenenti messaggi devianti creavano masse di devianti. |
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La conseguenza di questo
ragionamento era abbastanza ovvia: i fumetti, di per se nocivi “in
quanto esterni alla tradizione letteraria delle istituzioni
formative”[5],
diventavano sicuri generatori di comportamenti psicopatologici,
allorquando presentavano sistematicamente dei modelli
comportamentali socialmente non conformi. |
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In un clima di isteria
collettiva questa tesi, supportata da studi sperimentali condotti in
modo quanto meno opinabile, venne accolta come una verità rivelata
dalle associazioni di genitori e insegnanti e cavalcata da
personaggi opportunisti che approfittarono della situazione per
togliere di mezzo una larga fetta di concorrenza: dietro la Comics
Magazine Association of America, promotrice del Comics Code
Authority, possiamo infatti ritrovare tale signor John Goldwater,
funzionario della Archie Comics, casa editrice specializzata in
pubblicazioni per l’infanzia[6]. |
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L’abbattimento della
concorrenza, fu solo uno degli effetti del Comics Code Authority: la
teoria secondo cui il linguaggio fumettistico era infantile o
adolescenziale nella migliore delle ipotesi, imponeva ad autori ed
editori una limitatezza espressiva che di fatto vanificava qualsiasi
tentativo di portare il fumetto più vicino alle modalità espressive
ed iconiche usate dagli altri media relegandolo a produzioni per
bambini ed adolescenti. |
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In prospettiva diviene più
che legittimo valutare il Comics Code Authority e le teorie sulla
seduttibilità degli innocenti di Wertham come una ammissione di
impotenza delle istituzioni che avrebbero dovuto svolgere un ruolo
formativo nell’universo giovanile. Lo stesso tipo di demonizzazione,
di prese di posizione drastiche ed avvallate da rivisitazioni in
chiave più attuale del pensiero di Wertham si è più volte
ripresentato nel corso dei decenni con obiettivi diversi: i cartoni
animati giapponesi, i telefilm, la televisione tout court…. |
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Di fatto è un dato
accertato che il Comics Code Authority non ha prodotto alcuna
flessione nella delinquenza giovanile e le ricerche condotte da
Seymour Feshbach tra il 1971 e il 1976[7]
mostrano come non sia necessariamente vera l’equazione secondo cui
la visione di telefilm violenti sviluppi comportamenti aggressivi. |
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Questi studi non chiudono
certo il dibattito sull’utilizzo “buono” o “cattivo” dei media, ma
di certo ne mostrano i limiti teorici e il pregiudizio con cui
vengono affrontati. |
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Il Comics Code Authority,
comunque lo si voglia giudicare a posteriori, ebbe per molto tempo
una grossa influenza sulla produzione fumettistica statunitense.
Solo verso la fine degli anni ’60 alcuni autori underground
incominciarono la pubblicazione di riviste in netta controtendenza,
prevenendo o forse subodorando i fermenti della contestazione
giovanile. Verso la fine degli anni ’70 anche le maggiori case
editrici americane iniziarono a rifiutare la censura intuendo che il
bisogno di immaginario del pubblico fumettistico era tale da rendere
obsoleto il codice censorio del Comics Code Authority. |
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2. L’Italia |
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In Italia, a partire dagli
anni ’50 diversi studiosi hanno prodotto parecchi saggi e articoli
dallo scarso contenuto scientifico[8]. |
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Il denominatore comune che
si riscontra in queste pubblicazioni vecchie di quasi mezzo secolo,
è l’intento di stroncare, arrestare o quanto meno limitare,
l’espansione di un fenomeno che ai più appare come catastrofico, in
quanto “Il lettore di fumetti, dopo un certo periodo di tempo, non
sarà più capace di capire un testo perché gli viene a mancare
l’aiuto delle illustrazioni”[9]. |
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Nel presumibile tentativo
di salvaguardare la cultura ufficiale, la letteratura e
presumibilmente lo stesso ordine sociale, svariati autori tracciano
un profilo del lettore di fumetti ben oltre il limite della
patologia: si tratta di soggetti dalla vita tormentata, di persone
provenienti da un’educazione sbagliata (!), se sono adulti sono
profondamente immaturi[10]. |
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Il fumetto stesso viene
sottoposto ad un’analisi, sia sulla natura espressiva sia sui
contenuti, il cui scopo, ben lontano dall’analisi delle sue reali
possibilità, è teso a avvalorare i pregiudizi dimostrando quanto sia
limitante, poco stimolante e senza dubbio fuorviante questo genere
di medium. |
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Sempre all’inizio degli
anni ’50 diversi autori esprimono la loro sostanziale sfiducia verso
il fumetto, giudicando la lettura per immagini troppo semplicista:
l’immagine, fattore comune con il cinema e la televisione, viene
vista come limitazione della capacità comunicativa del racconto, in
contrapposizione alla parola che invece sviluppa comunicazioni
articolate e complesse. Un racconto fatto attraverso l’esclusivo uso
di quest’ultime indurrebbe a creare dal nulla immagini, dinamismo,
sviluppo dell’azione, dei sentimenti e delle passioni[11].
L’aggiunta delle immagini diventa quindi non solo superflua ma anche
dannosa. |
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Immagini e parole vengono
quindi tenute su due livelli ben distinti e, attribuendo a
quest’ultime il ruolo principale nella narrazione, si nega di fatto
al fumetto lo status di arte espressiva, al punto da affermare che
quand’anche si riuscisse ad elevarlo a tale rango, un sistema
educativo basato sulle immagini causerebbe danni gravissimi fors’anche
irreparabili. |
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Da queste convinzioni
scaturiscono prese di posizioni e demonizzazioni contro il medium
anche bizzarre: vengono ipotizzati scenari futuri in cui anche i
quotidiani dovranno uscire a fumetti e dove quella “liturgia che si
chiama lettura” verrà abbandonata. Per impedire simili catastrofi e
non potendo impedire la diffusione del fumetto, si propongono
soluzioni di compromesso in cui vengano bandite le pubblicazioni a
fumetti e consentite quelle in cui il rapporto tra fumetto e testo
letterario sia in parità[12]. |
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Considerare il fumetto una
forma letteraria di tipo scadente da vita a due posizioni
antitetiche sulle sue conseguenze: da una parte alcuni studiosi
sostengono che il lettore di fumetti col tempo perderà la capacità
di leggere e comprendere un testo letterario o scolastico,
dall’altra parte c’è chi vede il fumetto come propedeutico alla
lettura e comprensione di uno scritto anche per quelle persone meno
dotate sul piano intellettivo. |
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Queste contrapposizioni col
tempo si stemperano verso una maggior accettazione del medium. Il
fumetto viene rivalutato dal suo punto di vista estetico e nella
seconda metà degli anni ’70 nelle scuole elementari circolano alcune
pubblicazioni a fumetti, sia di informazioni sulla sicurezza sia
legate a ditte farmaceutiche che accanto all’informazione sanitaria
fanno pubblicità ai propri prodotti, mentre alcuni autori
incominciano a pubblicare testi dove il medium viene rivalutato. Nel
decennio successivo vengono pubblicati libri che trattano
dell’utilizzo del fumetto in ambito didattico, come Fumettosofia, di
Rosanna Palumbo-Vargas, dove si incomincia a presentare un approccio
alla didattica veicolato attraverso il fumetto ed escono intere
collane che trattano argomenti storici e scientifici utilizzando il
fumetto. |
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3. Contenuti morali e sociali nel fumetto |
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Se il metro per valutare la
maturità di un medium è la sua capacità di trattare argomenti seri e
comunicare un messaggio che abbia un suo contenuto morale, allora è
corretto affermare che il fumetto ha raggiunto la sua piena
maturità. |
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Nella lettura di un albo a
fumetti esistono indubbiamente due livelli: un primo livello è dato
dal racconto, che, partendo da un avvenimento si dipana lungo un
filo narrativo ben preciso e attraverso un concatenamento di azioni
giunge ad un epilogo più o meno coerente con le premesse. |
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Questo livello è comune a
tutte le produzioni fumettistiche siano esse in albo o in striscia,
ma è anche comune a qualsiasi opera letteraria, cinematografica o
teatrale: è l’elemento minimo indispensabile per poter affermare che
esiste una storia. |
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Esiste poi un secondo
livello che è dato dal messaggio, implicito o esplicito, che
l’autore vuole trasmettere attraverso la storia. |
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Prendendo ad esempio la
favola di Perrault Capuccetto rosso appare immediato intuire come
l’autore volesse comunicare ai bambini quanto sia opportuno tenere
in considerazione i consigli degli adulti e evitare di dare troppa
confidenza agli sconosciuti. Questo messaggio, tuttavia, è evidente
solo agli adulti: i bambini, veri destinatari della favola colgono
solo il racconto interiorizzandone a livello inconscio la
simbologia. |
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Anche nel fumetto è
possibile imbattersi in questi due livelli comunicativi, a volte
perché è nelle intenzioni dell’autore trasmettere al lettore un
certo tipo di messaggio, altre volte perché nell’affrontare
determinate tematiche volenti o nolenti si porta il proprio punto di
vista, la propria opinione. |
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E’ quindi possibile
affermare che il fumetto attua, al tempo stesso, una comunicazione
diretta ed una comunicazione indiretta o metacomunicazione. |
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La comunicazione diretta è,
evidentemente, la storia che si racconta, fantastica, onirica o
realistica che essa sia. Ha una trama, uno sviluppo, un intreccio e
si attiene a tutta una serie di regole letterarie. |
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La metacomunicazione,
invece, si incarica di veicolare messaggi differenti, che possono
essere colti o meno dal lettore e che emergono dai dialoghi dei
personaggi, dallo sviluppo e conclusione della storia, dal modo di
agire di protagonisti e comprimari. |
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Il montaggio della storia,
la sua impaginazione, l’uso delle citazioni e della caricatura o
anche semplicemente il dialogo, sono gli strumenti attraverso cui
passano i contenuti morali e sociali di un racconto a fumetti. |
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4. Comunicazione e metacomunicazione: la morte e gli altri media |
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L’evoluzione delle tecniche
narrative e grafiche ha consentito al fumetto di eguagliare altri
media meno bistrattati dall’opinione pubblica e, in molti casi,
surclassarli trattando argomenti estremamente spinosi o facendo
della metacomunicazione su di essi. |
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Chiaramente in questa
operazione il fumetto usa i suoi strumenti, il suo linguaggio e i
suoi personaggi. |
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È il caso della morte di
Superman, apparsa negli USA alla fine del 1992. In questa storia
sono ravvisabili due aspetti fondamentali: da una parte c’è un
discorso escatologico sulla morte di un supereroe da sempre simbolo
del bene incorruttibile, dall’altro c’è una comunicazione più
sottile sulla invasione della televisione nella vita quotidiana. |
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La nemesi mortale di
Superman è Doomsday, di cui si ignora quasi tutto il passato,
intuendo solo, dalle scene iniziali, che dopo aver combattuto e
perso contro qualcuno è stato rinchiuso in una sorta di bara dalla
quale riesce ad evadere. Un alieno arrivato chissà quando da chissà
dove? Un esperimento militare sfuggito al controllo? Non si sa, ma
questo è ininfluente ai fini della narrazione. |
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Il racconto ha toni
ampiamente melodrammatici, la spettacolarità e l’azione vengono
esaltate attraverso il racconto e le scelte grafiche, secondo un
gusto tipicamente hollywoodiano “ed è una sorta di manifesto di come
vengono vissuti certi eventi negli Stati Uniti. Ciò traspare dalla
costruzione del racconto che procede con vignette a tutta pagina per
quasi l’intero corso della storia”[13]
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Con le loro scelte di tipo
grafico e narrativo gli autori[14]
hanno voluto compiere una doppia operazione: da una parte si è
voluto enfatizzare il racconto, dandogli i toni melodrammatici tanto
cari all’industria dell’intrattenimento, dall’altra si è voluto
fornire al lettore una chiave più sottile e psicologica, usando
vignette tanto grandi da poter assomigliare ad uno schermo
televisivo e creino nel lettore la sensazione di assistere ad uno
dei grandi avvenimenti che negli USA vengono generalmente trasmessi
attraverso i circuiti televisivi. Infatti durante la narrazione dei
fatti, malgrado i contendenti si scambino colpi talmente potenti da
sbriciolare i grattacieli, un elicottero della televisione riprende
e trasmette il dramma in diretta, richiamando alla memoria del
lettore l’assassinio di Kennedy, l’inseguimento di O.J. Simpson la
guerra del golfo e quant’altro è passato alla storia passando prima
attraverso il tubo catodico. |
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Comunicazione e
metacomunicazione, quindi attraverso un medium che può permettersi
di parlare di altri medium utilizzando i loro stessi codici iconici
e i loro stessi stereotipi. |
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5. Ricordare senza retorica: la storia disegnata |
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Molto prima della saga di
Superman un altro autore aveva affrontato argomenti scottanti ed
luttuosi attraverso il fumetto. |
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È il caso di Art Spiegelman
che nel 1983 pubblica Maus un libro a funetti che narra le vicende
degli ebrei tedeschi e polacchi durante la Seconda Guerra Mondiale
partendo dal racconto di suo padre: uno dei sopravvissuti. I fatti
narrati e il periodo storico sono veri, l’argomento è cupo. Ma i
personaggi raffigurati sono animali antropomorfi: gli ebrei tedeschi
sono topi, quelli polacchi maiali, i tedeschi gatti. |
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Si tratta
inequivocabilmente di un fumetto, ma di un fumetto che racconta un
periodo storico tra i più cupi e sanguinosi, in cui il tratto,
semplicissimo ed essenziale, caratterizza in senso morale i
protagonisti: “i gatti che cacciano i topi, che giocano con i topi
prima di ammazzarli, i maiali che cercano un’impossibile neutralità
in questa lotta… Ma in fondo tutto ciò viene soltanto accennato; e
il lettore dimentica presto, nonostante l’abbia sotto gli occhi, la
non umanità dei personaggi”[15]
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In questo caso il fumetto
ha potuto utilizzare un mezzo potentissimo del quale nessun altro
medium può servirsi: la caricatura. |
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Spiegelman utilizza la
caricatura in modo paradossale, non per caricare ed enfatizzare i
toni o la drammaticità del racconto, quanto per smorzarli.
L’utilizzo degli animali antropomorfi ci consente di fruire di un
pezzo di storia contemporanea, drammatica come solo l’olocausto
ebraico lo è stato “spogliandola di tutta la retorica che le si è
ammassata addosso nel tempo”[16] |
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6. Le campagne sociali |
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L’intrusione dei personaggi
pubblici nel mondo della pubblicità è un fatto consolidato ormai da
decenni: l’utilizzo di un volto noto serve da catalizzatore per
attirare l’attenzione del pubblico sul prodotto che si intende
vendere. |
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La scelta del personaggio
non è casuale, in quanto per il ruolo che rivestono sono in grado di
stimolare determinate reazioni. Un dopobarba reclamizzato da uno
sportivo di successo indurrà a pensare che quel prodotto è indicato
a gente dinamica, una macchina fotografica sponsorizzata dalla pop
star del momento porterà il verosimilmente il target verso i
giovani. |
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Negli anni ’90 in Italia si
è assistito all’utilizzo di alcuni personaggi dei fumetti per
sensibilizzare l’opinione pubblica su tematiche quali l’AIDS, la
droga e l’abbandono degli animali. Tutt’altro che casuale è stata la
scelta dei personaggi e la modalità con cui le tematiche sono state
trattate. |
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Il caso più eclatante
riguarda l’utilizzo di Lupo Alberto[17]
nella campagna contro l’AIDS. Questo personaggio surreale,
grottesco, paradossale e perseguitato dalla sfortuna, viene
pubblicato su un mensile a lui dedicato e ha un suo seguito di
adolescenti che oltre che leggerne le storie scrivono delle lettere
alla redazione indirizzandole direttamente a lui. |
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Si tratta quindi un
personaggio che è stato in grado di conquistarsi, nell’immaginario
collettivo dei suoi fans, una sua tridimensionalità che lo rende
realistico. |
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Nel 1991 la “Commissione
Nazionale Per La Lotta Contro L’AIDS” del Ministero della Sanità
pubblicò un opuscolo tascabile in cui l’AIDS veniva trattata con un
linguaggio estremamente semplice, diretto ed efficace, fornendo
informazioni su come la malattia si contrae e soprattutto su come la
si evita, parlando esplicitamente tossicodipendenza e di
profilattici. |
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Al di la delle
considerazioni sull’opportunismo e sulla moralità che sono state
fatte all’epoca, è interessante sottolineare come l’opuscolo fosse
ben congegnato e preciso nelle informazioni fornite. |
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Accanto a pagine di puro
testo, riportanti dati statistici e informazioni sulla prevenzione,
il tutto con linguaggio semplice e immediato, delle vignette
riassumevano in estrema sintesi i concetti. |
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Un altro personaggio
utilizzato a scopo sociale è stato Dylan Dog. A questo personaggio
si devono due operazioni ben distinte: una campagna contro la droga
ed una contro l’abbandono degli animali nei mesi estivi. |
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A muovere queste azioni di
sensibilizzazione sono state, una volta tanto, le singole
associazioni o amministrazioni comunali che hanno saputo cogliere la
capacità di penetrazione di questo personaggio nell’immaginario
adolescenziale. Il ruolo della Bonelli, casa editrice dell’albo
dedicato al personaggio, sebbene non sia stato quello di promotrice
delle iniziative è di sicuro stato quello di estrema disponibilità e
adesione ai progetti di sensibilizzazione. |
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7. Il fumetto e la società |
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In precedenza abbiamo
sottolineato come ogni autore, nello scrivere una storia possa
esprimere le proprie opinioni in merito a determinati argomenti. |
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Anche nel fumetto sono
tutt’altro che infrequenti le storie in cui tematiche sociali di
notevole spessore vengono affrontate: il già citato Lupo Alberto
nelle sue strisce “si è occupato -in modo tutt’altro che
superficiale- anche di Brigate Rosse e omosessualità”[18]
mentre un personaggio quale Bobo ha improntato tutto il suo profilo
proprio nella dimensione della “politica del quotidiano”. |
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Passando dal fumetto in
striscia agli albi, possiamo notare come anche in Dylan Dog e Nathan
Never certe tematiche siano ricorrenti: Dylan Dog affronta spesso il
tema dell’orrore della vita quotidiana, dove i mostri e gli incubi
sui quali di volta in volta indaga altro non sono se non la
rappresentazione in chiave onirica e surreale delle angosce della
vita quotidiana, la paura e la discriminazione verso il diverso sia
esso un handicappato, un extracomunitario o un emarginato sociale,
la solitudine, la follia. Tematiche che affondano le radici nella
quotidianità, che toccano da vicino il lettore proprio per la
facilità con cui ci si imbatte in esse. |
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In Nathan Never sono invece
ricorrenti le tematiche ambientaliste e sullo strapotere dei
massmedia: come già accennato in precedenza, questo fumetto trae
spunto dal cult-movie di Riddley Scott, Blade Runner e dalla
corrente letteraria del cyberpunk, personaggi e comprimari si
muovono sullo sfondo di una megalopoli corrotta, in un mondo
inquinato e pieno di strani animali nati dalle radiazioni e
dall’eccessiva industrializzazione. |
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A questo proposito sembra
però opportuno sottolineare come queste tematiche non appartengano
ad una politica ben definita della casa editrice. Al contrario la
Bonelli Editore dichiara di non voler mai affrontare tematiche ben
definite in nessun campo, lasciando ai singoli autori la libertà di
decidere quali argomenti trattare e in che forma. Si deve quindi
alla sensibilità di chi crea fumetti e al favore riscontrato nel
pubblico, se una determinata testata affronta tematiche come il
razzismo o l’emarginazione del diverso ed un’altra affronta quelle
relative all’ambiente. Il ruolo della casa editrice diventa quello
di supervisore affinché gli argomenti siano trattati sempre in
forma generale e non parlando esplicitamente di fatti e personaggi
reali. |
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Negli USA personaggi come
l’Uomo Ragno, Superman, Hulk, Devil e altri, pur muovendosi in
scenari ben definiti non hanno tematiche ricorrenti nelle storie, ma
di volta in volta, a seconda dell’autore che in quel periodo ne
scrive le storie, possono trattare argomenti di attualità. Anche in
questo caso i bersagli sono sempre gli stessi, strapotere dei
massmedia, droga, AIDS, inquinamento, follia…. |
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Non potendo citare tutti
gli albi in cui è stata trattata una tematica di rilevanza sociale,
ci limiteremo a parlare di come l’AIDS sia stata trattato in un albo
della collana americana dedicata ad Hulk. Uscito negli USA
nell’agosto del 1994 e pubblicato in Italia quasi due anni più tardi
la storia scritta da Peter David affronta in maniera diretta
l’argomento dipanandosi attraverso tre sottotrame: un bambino
scoperto sieropositivo viene espulso dalla scuola elementare che
frequenta, uno dei comprimari della collana, da tempo malato di
AIDS, viene salvato da Hulk dal linciaggio mentre manifesta davanti
a quella scuola, un ragazzo scopre di essere sieropositivo e decide
di porre fine alla sua vita dopo aver parlato a lungo con una
operatrice di un telefono amico. Si tratta di una storia molto cupa,
disperata, dove vengono forniti molti spunti di discussione, dalla
criminalizzazione dei sieropositivi, alla presunta colpa dei gay
americani di aver diffuso il virus con la loro promiscuità,
all’impasse etico della medicina nello sperimentare nuove terapie. |
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Sul numero uscito negli USA
i redattori hanno dedicato un ampio spazio a lettere e testimonianze
dirette legate all’AIDS e la storia ha avuto una enorme eco
nell’opinione pubblica. Su di essa si è scritto molto, che l’autore
ha offerto troppi spunti, che per essere “politically correct” ha
soppesato troppo ogni singola parola e ha fatto ammalare bianchi e
neri, etero e gay alla ricerca di un equilibrio che lo tenesse al di
sopra delle parti. |
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Quale che sia la posizione
di ognuno di noi nei confronti dell’AIDS, quale che sia l’opinione
nei confronti del fumetto, appare impossibile continuare ad
affermare, davanti a storie come questa, che il fumetto è un medium
dal profilo troppo basso per parlare di argomenti seri: “[…] la
storia c’è. Esiste. L’hanno letta decine di migliaia di ragazzi in
tutto il mondo. E se avrà fatto pensare e riflettere anche solo
alcuni tra di loro, avrà già ottenuto un risultato che normalmente
elude le piccole, grandi avventure dell’immaginario disegnato che
chiamiamo ‘fumetti’”[19].
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Conclusioni |
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Nella sua utracentenaria
esistenza “ufficiale”, il fumetto è stato criticato, lodato,
trattato come oggetto di culto o visto come potenziale
destabilizatore dell’ordine sociale. Le considerazioni sul suo
impiego nell’insegnamento, nell’educazione e, in senso lato, negli
interventi psicosociali richiederebbero ben altro spazio. E’
opportuno quantomeno sottolineare come se da una parte il fumetto è
visto come un potenziale veicolo di propaganda sociale, dall’altro
il suo passato di potenziale destabilizzatore dell’ordine sociale
ancora ne frena il coraggio dei produttori, che nel trattare
argomenti di attualità ricercano sempre un delicato equilibrio che
non scontenti nessuno. |
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Siamo certamente in una
fase in cui il fumetto acquisisce una sempre maggior consapevolezza
delle proprie potenzialità, ma ancora troppo spesso è il coraggio o
la volontà del singolo autore a far si che le “nuvole parlanti”
escano di tanto in tanto dal mondo della fantasia per fare irruzione
in quello della quotidianità. |
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Fabio Pinciroli (Educatore professionale)
- Alessandro
Reati (psicologo)
-
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Note |
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[1]
Fortess K.E., 1963 cit. in Imbasciati-Castelli; Psicologia del
fumetto; Firenze Guaraldi, 1975 |
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[2]
Tratto dal sito internet http://us.imdb.com/
traduzione di Stefania Pilla |
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[3]
Brancato Sergio; Fumettti. Guida ai comics nel sistema dei media;
Roma DATANEWS, 1994 |
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[4]
Queste associazioni sono note come syndacate e per un autore di
fumetti (ma i syndacate si occupano anche di altre categorie di
autori) rappresentano un punto di arrivo e la consacrazione del
proprio talento. |
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[5]
Brancato Sergio; Fumettti. Guida ai comics nel sistema dei media;
Roma DATANEWS, 1994 |
|
[6]
Brancato Sergio; Fumettti. Guida ai comics nel sistema dei media;
Roma DATANEWS, 1994 |
|
[7]
K.J. e M.M. Gergen, Psicologia sociale, il Mulimo, Bologna 1985 |
|
[8]
Imbasciati-Castelli; Psicologia del fumetto; Firenze Guaraldi, 1975 |
|
[9]
Cunsolo, 1954 cit. in Imbasciati-Castelli, op. cit., 1975
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[10]
Imbasciati-Castelli; op. cit. , 1975 |
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[11]
Cozzani, 1955 cit. in Imbasciati-Castelli; op. cit. , 1975 |
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[12]
Tutto questo, scenari apocalittici e proposte di compromesso, si
ritrovano in Cunsolo, 1954 cit. in Imbasciati-Castelli; op.cit.,
1975 |
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[13]
Rossi Sandro; La croce vuota. Analisi della morte a fumetti; Roma
Edizioni SEAM 1996 pag. 29 |
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[14]
Per i sette capitoli della saga che porta alla morte di Superman, si
sono avvicendati D. Jurgens, J. Ordway, L. Simonson, R. Stern per i
testi, J. Bogdanove,T.Grumett, J. Guice, D. Jurgens alle matite B.
Breedding, R. Burchett, D. Hazlewood, D. Janke, D. Rodier alle
chine, G. D’angelo e G. Whitmore per i colori |
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[15]
Barbieri D.; I linguaggi del fumetto; Milano, Bompiani 1991 |
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[16]
Barbieri D.; op. cit., 1991 |
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[17]
Personaggio italiano disegnato dal Silver dal 1973. Si tratta di un
lupo dal pelo blu che vive una paradossale storia d’amore con Marta,
una gallina perbenista che sogna il matrimonio. |
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[18]
Fossati Franco; Dizionario dei fumetti, Milano Garzanti Editore 1996 |
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[19]
Lupoi Marco M; in Devil & Hulk n° 27; Bologna
Marvel Italia giugno 1996. |
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Francescso Pinciroli -
Alessandro Reati |