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Compito dei genitori è donare due cose ai figli:
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le radici e le ali
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(Proverbio del Quèbec)
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1. Attaccamento
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Dalle attuali ricerche condotte in ambito psicosociale, emerge
l’immagine di un bambino attivo e protagonista del suo
sviluppo.
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Il bambino fin dalla nascita è capace di instaurare relazioni
(seppur asimmetriche, rispetto all’adulto caregiver). Fin dalla
nascita il bambino svolge un ruolo attivo nel definire la sua
relazione con il caregiver: è coinvolto in uno scambio
interattivo e si dimostra capace di autoregolare i suoi comportamenti
attraverso meccanismi di feedback con coloro che interagiscono con
lui.
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I neonati sono dotati di requisiti percettivi e di strutture
temporali (ritmi nell’alimentazione, ritmo sonno-veglia)
deputati a consentire loro il contatto con l’adulto di
riferimento.
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Gli studi di Bowlby e dei suoi collaboratori hanno evidenziato come
il legame iniziale che ogni bambino instaura con la propria madre
dipenda da un bisogno innato di entrare in contatto con gli
appartenenti alla propria specie, il comportamento di attaccamento è
quel comportamento che il bambino manifesta verso un adulto di
riferimento, che ritiene in grado di affrontare il mondo in modo
adeguato. Questo comportamento diviene evidente ogni volta che il
bambino è spaventato, stanco, malato, e si attenua quando
riceve conforto e cure.
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Se l’obiettivo esterno del sistema di attaccamento è
quello di garantire la vicinanza con il caregiver, quello interno è
di motivare il bambino alla ricerca di una sicurezza interna.
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Il compito biologico e psicosociale dell’adulto caregiver è
quello di essere una base sicura per il bambino, da cui il bambino si
possa affacciare verso il mondo esterno e a cui possa ritornare
sapendo che sarà accolto, nutrito, rassicurato, confortato.
Quindi il ruolo del caregiver è quello di essere disponibile e
responsivo quando chiamato in causa, intervenendo solo quando è
necessario.
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2. Attaccamento e sicurezza interiore
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“L’attaccamento originario svolge la funzione di
prototipo della sicurezza interiore per l’intera vita della
persona, di un bisogno che persiste nel tempo di una base sicura
dalla quale la persona parte per vivere con fiducia la vita in modo
autonomo”.
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La bidirezionalità di questo primo scambio consente al bambino
lo sviluppo di un senso di sicurezza e di fiducia in sé,
nonché un rafforzamento della relazione tra lui e l’adulto.
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Se l’adulto sarà responsivo e competente, il bambino si
sentirà parte della famiglia, anche nei momenti più
critici del suo ciclo di vita. Si instaura così un circolo
virtuoso in cui il bambino accrescerà la sua autostima e la
capacità di gestione delle situazioni in cui dovrà
confrontarsi.
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Se qualcosa non funziona in questo primo prezioso scambio
relazionale, il bambino potrà mettere in atto comportamenti
che possono aiutarlo a difendersi, anche se in modo disfunzionale per
la sua crescita e il suo benessere futuro. L’indisponibilità
dell’adulto di riferimento, da cui il bambino dipende per la
sua protezione e sopravvivenza, creerà nel bambino una
vulnerabilità verso la paura della perdita dell’altro.
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Questo primo scambio relazionale e la conseguente sicurezza (o
insicurezza) interiore che il bambino sviluppa sono connessi alla
futura capacità di autorealizzazione. La capacità di
affrontare gli eventi in momenti critici o di cambiamento, dipenderà
proprio dal senso di sé che si è potuto sviluppare in
questa fase della vita. Il senso di sé e l’autostima si
forma e si costruisce in funzione di tale relazione primaria.
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Inoltre il legame che il bambino sperimenta in questa relazione con
il caregiver, modellerà i successivi legami, poiché
l’individuo, nel momento del contatto con l’altro, porta
con sé tutto il bagaglio delle esperienze precedenti.
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L’immagine di sé che sviluppa un individuo che ha avuto
un attaccamento sicuro è di essere una persona amabile, degna
di essere amata, con buona autostima, che ha fiducia negli altri (ma
non in modo indiscriminato). Sarà un individuo amabile con le
persone amichevoli, difeso con chi percepisce come ostile, si
prenderà cura di se e delle persone che ama, non si affiderà
alle persone che non conosce, sarà selettivo nei comportamenti
empatici e nel rivelare se stesso, saprà appoggiarsi agli
altri.
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La sicurezza interiore e il senso di autostima richiedono la
capacità di integrare due bisogni: il bisogno di
autorealizzazione (essere se stessi) e il bisogno di appartenere. Il
modo in cui l’individuo coniugherà questi bisogni
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dipenderà anche dalle relazioni primarie che ha vissuto.
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L’essere autonomo nella relazione, il divenire in grado di
allontanarsi dalla famiglia sono strettamente connessi al senso di
fiducia in sè, e ciò è più facile se si
ha avuto una madre responsiva e non invasiva o invischiante.
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Da una buona esperienza di appartenenza si sviluppa una funzionale
capacità di autonomia.
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3. Stili di attaccamento e introiezioni
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Ainsworth (1969), Lorenzini e Sassaroli (1995) individuano quattro
stili di attaccamento: sicuro, insicuro evitante, insicuro
ambivalente, insicuro disorganizzato.
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Nell’attaccamento sicuro, la sicurezza
dell’accessibilità materna rende il bambino tranquillo
nello spingersi ad esplorare le novità. Le persone con
attaccamento sicuro sono ragionevolmente sicure delle proprie
capacità di risolvere i problemi e per questo tendono a
testare le proprie ipotesi per eliminare quelle errate. Lo stile è
quindi quello della ricerca attiva: la persona cerca di ottenere
nuove informazioni e quindi di sottoporre costantemente alla prova le
proprie ipotesi. L’atteggiamento è tipicamente
esplorativo. Si può ipotizzare che questo tipo di attaccamento
generi un introietto nel bambino: “sono una persona capace e
attiva, l’ambiente è accogliente”.
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I bambini con attaccamento insicuro-evitante hanno
sperimentato più volte la difficoltà ad accedere alla
figura di attaccamento e hanno imparato progressivamente a farne a
meno, concentrandosi sul mondo inanimato piuttosto che sulle persone.
Le persone con questo tipo di attaccamento si comportano come se gli
altri non esistessero. Sul piano cognitivo instaurano una sorta di
autarchia per cui non tengono conto delle invalidazioni fornite dagli
altri. Lo stile cognitivo è quello dell’immunizzazione:
minimizzano, fino ad annullarli, gli effetti dell’invalidazione.
Ipotizziamo che questo tipo di attaccamento generi un introietto nel
bambino: “devo essere autosufficiente, l’ambiente è
inaccessibile”.
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I bambini con attaccamento insicuro-ambivalente, avendo
sperimentato l’imprevedibilità della figura di
attaccamento, tentano di mantenere con lei una vicinanza
strettissima, rinunciando a qualsiasi movimento esplorativo autonomo.
A livello cognitivo, per evitare l’imprevedibilità, si
muovono soltanto nel conosciuto, da cui sia bandita ogni novità.
Lo stile cognitivo corrispondente è quello dell’evitamento:
queste persone tentano di evitare le invalidazioni, non mettendo alla
prova le proprie ipotesi. Ipotizziamo che questo tipo di attaccamento
generi un introietto nel bambino: “devo farmi accettare
dall’ambiente”.
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L’attaccamento disorganizzato-disorientato si realizza
quando la figura di attaccamento è sperimentata come
minacciosa. Il caregiver è spaventato/spaventante. Il bambino
è portato a leggere sul volto della figura di attaccamento se
nell’ambiente esistano pericoli oppure no; nel caso della madre
spaventata/spaventante egli riceve costantemente un messaggio di
pericolo, e poiché non trova nell’ambiente alcun motivo
che lo confermi, la madre diventa fonte di minaccia. Lo stile
cognitivo è quello dell’ostilità: un modo di
reagire alle invalidazioni consistente nel riproporre una costruzione
della realtà che si è gia rivelata fallimentare,
l’altro è da ignorare o sopraffare. Ipotizziamo che
questo tipo di attaccamento generi un introietto nel bambino:
“l’ambiente è minaccioso”.
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4. Modelli Operativi Interni e livello cognitivo-verbale
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La teoria dell’attaccamento sostiene che il bambino costruisce
delle rappresentazioni di sé e della figura di attaccamento
chiamate Modelli Operativi Interni (MOI). I MOI contengono la
rappresentazione di sé e del caregiver nelle relazioni di
attaccamento, organizzano pensieri e ricordi e guidano i
comportamenti futuri di attaccamento.
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Le esperienze di attaccamento nell’infanzia influenzano lo
stile di personalità e di relazione nell’età
adulta, regolano l’adattamento all’ambiente e alle
persone.
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I MOI filtrano l’informazione in entrata, l’elaborazione
delle informazioni in uscita, innescando processi di attenzione
selettiva, percezione selettiva, memoria selettiva, questo in modo
inconsapevole per l’individuo.
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Questo avviene per un bisogno di coerenza da parte dell’individuo,
che seleziona le informazioni congruenti con le proprie aspettative.
Inoltre questo è un sistema per evitare e escludere in modo
difensivo le informazioni che potrebbero far riattivare il sistema di
attaccamento. L’individuo vuole evitare il dolore, mentre
potrebbe essere molto doloroso l’affrontare la propria paura e
il proprio bisogno di essere confortato e il non ricevere conforto e
sostegno dalla propria figura di attaccamento, come è accaduto
nell’infanzia.
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La sicurezza dell’attaccamento, che favorisce la sicurezza
interiore e il senso di sé, è caratterizzata dalla
capacità d chiedere conforto, oppure dalla capacità di
esprimere il piacere di non essere in una situazione di pericolo. Gi
individui con un attaccamento insicuro elaborano le informazioni in
modo pregiudiziale, escludono dall’elaborazione le informazioni
che potrebbero far attivare il sistema di attaccamento, poiché
si aspettano, in base alle loro prime esperienze, di non poter essere
confortati.
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La Tabella che segue delinea lo stile di attaccamento, il
comportamento del bambino, del caregiver, i MOI che si sviluppano
dall’attaccamento, distinguendo le aspettative dell’individuo
rispetto all’esito delle relazioni, rispetto al Sé e
l’Altro, rispetto alle strategie che metterà in atto in
risposta alle proprie credenze.
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Modello di
attaccamento
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Comportamento bambino
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Comportamento
caregiver
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Modello Operativo Interno
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Esito della
relazione
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Il Sé e l’altro
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Strategie
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Insicuro-evitante
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Scarso disagio alla
separazione,
ignora il caregiver nella
riunione
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Rifiutante, non
responsivo,
controllante e interferente
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Si attende un rifiuto,
l’altro è svalutato
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Sé: variabile
Altro: inaccessibile
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Allontanamento
e distacco
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Sicuro
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Protesta all’allontanamento
del caregiver, si calma al
ritorno
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Interazione attiva e
reciproca, sensibile,
accogliente, disponibile
emotivamente
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Certo e positivo
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Sé: positivo
Altro:
tendenzialmente
positivo
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Alternanza fra
vicinanza e
allontanamento
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Insicuro-
ambivalente
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Angoscia all’allontanamento
Del caregiver, ma non si
lascia confortare al rientro
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Imprevedibile,
i incostante,
poco responsivo
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Incerto
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Sé: sarò accettato
Se saprò farmi
amare
Altro: imprevedibile
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Vicinanza serrata o
manipolazione
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Disorientato/
disorganizzato
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Comportamenti
disorganizzati,
congelamento, stereotipie,
iperallerta
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Traumatizzato,
immerso nel dolore
interiore, maltrattante
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L’incontro è minaccioso
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Sé: asse forte/debole
Altro: asse
spaventato/
spaventante
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Fuga, attacco,
congelamento
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Possiamo collocare i MOI nel livello
cognitivo-verbale, il livello che ci connette con il mondo attraverso la
cognizione, ovvero il nostro modo di pensare, le nostre idee, il nostro
linguaggio, la nostra cultura.
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“La nostra capacità di
“riflettere” di volgerci indietro verso la nostra storia personale, crea il
concetto che abbiamo di noi stessi, rinsalda la nostra identità e i ruoli che ci
siamo assunti. (…). Il livello cognitivo-verbale rappresenta il livello
dell’esperienza con il quale il bambino, per creare una teoria del sé e del
mondo, lavora in modo attivo attraverso le proprie introiezioni, inizia a
verificarle, ne sperimenta la validità o meno con l’azione”
.
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5. Gestalt incompiute e ground
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L’esperienza di attaccamento, di
appartenenza, è parte significativa del ground dell’individuo e costituisce lo
sfondo, che può essere uno sfondo che sostiene oppure essere instabile.
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L’esperienza di attaccamento insicuro
che un bambino vive, può rimamene nella sua vita come una situazione incompiuta.
La storia di una persona e le sue situazioni incompiute fanno parte del suo
ground, del suo sfondo, ma possono emergere in figura, in alcuni momenti di
vita, se il bisogno legato ad esse diventa pressante. L’esperienza di un
attaccamento insicuro è un fattore di rischio per la costruzione di un solido
ground della personalità, poiché i bisogni primari insoddisfatti, vengono
relegati nello sfondo, creando una trappola, poiché i bisogni non riconosciuti e
non soddisfatti rappresentano delle zone d’ombra che bloccano e limitano il
proprio potere personale.
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6. Adattamento creativo e modalità di resistenza al contatto
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“Nella ricerca di un adattamento
creativo all’altro, o a un ambiente non sempre favorevole, l’individuo trova
modalità di contatto e di relazione con le proprie figure di attaccamento sia
soddisfacenti che insoddisfacenti (…). Soddisfacenti allorquando l’individuo le
realizza in modo flessibile, mediando in modo costruttivo fra i propri e altrui
bisogni (…). Le modalità possono prendere una forma rigida, a volte
cronicizzata, per essere più rispondenti al contesto”.
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Il bambino ha bisogno di essere
approvato dagli adulti di riferimento, e sviluppare un senso di appartenenza,
così metterà in atto comportamenti che gli permettono di adattarsi all’ambiente.
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Quando il caregiver non è responsivo,
non è disponibile, è incostante, i comportamenti di attaccamento (pianto,
richiamo…) del bambino falliscono costantemente, il bambino è costretto a
sviluppare strategie difensive che escludano queste dolorose informazioni dalla
consapevolezza.
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Dobbiamo ritenere normale la
variabilità delle modalità di resistenza al contatto dell’individuo, ma la sua
rigidità, che si esprime in un impoverimento del funzionamento cognitivo,
affettivo, interpersonale e del controllo degli impulsi, è patologica. Le
modalità di resistenza al contatto, sono state attivate utilmente e in maniera
funzionale in epoche evolutive precedenti, quando il soggetto, vuoi per l'età e
per lo sviluppo, vuoi per la pressione rappresentata dalla carenza e/o dal
trauma, non aveva altre risorse a cui attingere.
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Più queste modalità di
resistenza al contatto saranno rigide, inappropriate all’età e alla situazione,
tanto più procureranno ulteriore disagio soggettivo ed interpersonale.
Sostanzialmente, la rigidità fa fallire lo scopo originario di tipo funzionale,
per cui erano state attivate nel passato: se ad esempio è protettivo per un
bambino piccolo stare vicino al caregiver, è meno praticabile per lui, diventato
adulto, non poter recarsi al lavoro, se non accompagnato dalla propria madre!
Dunque, una condotta adattiva e funzionale (la dipendenza) può divenire
disfunzionale in un’altra circostanza. In questo esempio “la modalità di
resistenza al contatto è una modalità con cui l’individuo interrompe la naturale
tendenza a incidere e esplorare l’ambiente, per salvaguardare il suo senso di
attaccamento e di dipendenza nella relazione”.
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Le modalità di resistenza al contatto
sono:
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Introiezione: è emerso un bisogno, con cui l’individuo non può
identificarsi (perché immaturo, o riprovevole), né allontanarlo, egli assume
come propri bisogni e desideri dell’ambiente, rinunciando alle capacità
personali. L’individuo impiega la propria energia per minimizzare le differenze
dall’altro.
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Proiezione: è emerso il bisogno, l’individuo si dirige verso l’ambiente
carico di eccitazione, ma non si sente in grado di sostenerla. L’emozione non è
riconosciuta dall’individuo come propria e la sposta sull’ambiente e attribuisce
all’altro ciò che egli sente. L’individuo impiega la propria energia per
mantenere al di fuori di sé ciò che è minaccioso per la propria autostima.
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Retroflessione: l’individuo si blocca nel suo agire per paura di un
contatto distruttivo o conflittuale e ritorce verso sé e il proprio corpo
l’energia. Ha la convinzione di essere poco interessante per l’altro e non
reclama nulla per sé.
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Confluenza: stato di non differenziazione, caratterizzato dall’assenza
della percezione del confine, dalla mancanza di contatto e consapevolezza. Tutto
rimane nello sfondo, poiché non c’è differenziazione tra l’individuo e
l’ambiente, necessaria per l’emergere di una figura dallo sfondo. L’individuo
non riconosce la novità o l’eccitazione, sta con il conosciuto.
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Deflessione: distoglie dal contatto diretto, toglie calore al contatto.
L’individuo impiega la propria energia per evitare o smorzare il calore del
contatto.
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7. Attaccamento e Psicopatologia nell’infanzia
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I bambini con attaccamento sicuro
risolvono i problemi evolutivi in modo adattivo. Al contrario, quelli con
attaccamento insicuro mostrano difficoltà nella tarda infanzia, che includono
eccessiva dipendenza, competenza sociale limitata e una minor forza dell’io.
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Alcuni studi suggeriscono che
l’attaccamento insicuro sia un fattore di rischio per lo sviluppo di una
psicopatologia nell’infanzia. Pur suggerendo che la psicopatologia possa
instaurarsi attraverso percorsi multipli, mostrano l’esistenza di
un’associazione tra attaccamento insicuro infantile e vulnerabilità a sintomi
psichiatrici in epoche successive della vita, quando le prime esperienze di vita
e le rappresentazioni dell’esperienza di attaccamento influenzano l’autostima,
l’autoregolazione delle emozioni e del comportamento e la qualità delle
relazioni.
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In linea di massima, si può
affermare che un attaccamento sicuro predispone alla salute mentale ed alla
presenza di relazioni stabili e gratificanti, ciò è dovuto alla fondamentale
funzione di rendere l’individuo capace di “appoggiarsi al Sé per evocare l’Altro
in un periodo di assenza, per colmare il vuoto prima della riunione o prima che
l’attaccamento si ristabilisca”.
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Uno stile di attaccamento insicuro
tende ad interferire con lo sviluppo nell’ordine in cui costituisce un fattore
di vulnerabilità generale, che può sfociare in varie costellazioni
psicopatologiche, anche se ci sono altri fattori significativi: temperamento del
bambino, capacità di resilienza, supporto socio-ambientale, le altre e
successive relazioni di attaccamento significative familiari ed extrafamiliari.
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In particolare, è stato rilevato un
legame tra l'attaccamento evitante e i disturbi della condotta, mentre
l'attaccamento ambivalente è risultato associato all'evitamento sociale nei
bambini piccoli e alla solitudine. L'attaccamento insicuro è un fattore di
rischio rispetto all'emergere di difficoltà emotive e di problemi del
comportamento nei bambini che sono vittime di maltrattamenti o di abuso, e in
quelli che hanno genitori che presentano psicopatologie o fanno uso di sostanze.
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Anche l'attaccamento
disorganizzato-disorientato si è rivelato un fattore di rischio per successivi
comportamenti disorganizzati e problematici nell'infanzia.
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Per quanto riguarda la regolazione
degli affetti, nell'infanzia i disturbi sono caratterizzati da ansia,
confusione, disorientamento, conflitto e disforia, e sono dovuti alla
disgregazione del funzionamento delle relazioni di attaccamento primario del
bambino. Questa disgregazione lascia il bambino privo di una strategia che sia
in grado di regolare il suo bisogno di sicurezza.
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L’eccessiva focalizzazione sul
genitore depresso sembra essere il fattore eziologico più importante della
depressione infantile. A motivo di questa focalizzazione, il bambino non impara
a regolare l'affetto negativo. Inoltre, dal momento che la madre depressa si
rivolge al bambino per soddisfare i propri bisogni di attaccamento e per
alleviare il proprio stress, questo perpetua da una generazione all'altra gli
stili di attaccamento e di difesa.
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Molti altri studi hanno rilevato le
relazioni che intercorrono tra l'attaccamento evitante e la rabbia repressa per
la mancanza di contatto fisico o di tenerezza, per l'invadenza insensibile o il
rifiuto di comportamenti di attaccamento da parte del caregiver. La strategia
dei bambini con attaccamento evitante consisterebbe in un reprimere
l'espressione della rabbia, spostando l'attenzione all'ambiente inanimato e
allontanandola così dagli stimoli che potrebbero intensificare il desiderio di
cercare conforto nel genitore che rifiuta comportamenti di attaccamento.
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8. Attaccamento e Psicopatologia nell’età adulta
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Pochi studi hanno studiato
direttamente il legami tra tipo di attaccamento e psicopatologia nell'età
adulta.
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Le ricerche forniscono evidenza che
l'attaccamento insicuro è uno dei fattori di rischio di psicopatologia.
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8.1 Radici relazionali dei Disturbi di Personalità
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I disturbi di personalità sono
raggruppati, nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali DSM IV,
in tre cluster:
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- Cluster A – Bizzarro/Eccentrico
(Disturbo Paranoie di Personalità. Disturbo Schizoide di Personalità, Disturbo
Schizotipico di Personalità).
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- Cluster B –
Drammatico/Emotivo/Incostante (Disturbo Antisociale di Personalità, Disturbo
Borderline di Personalità, Disturbo Istrionico di Personalità, Disturbo
Narcisistico di Personalità).
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- Cluster C – Ansioso/Pauroso
(Disturbo Evitante di Personalità, Disturbo Dipendente di Personalità, Disturbo
Ossessivo-Compulsivo di Personalità).
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8.1.1 Cluster A: Bizzarro/Eccentrico
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I soggetti di questo cluster hanno
avuto un attaccamento spesso trascurante da parte del caregiver, la madre appare
stranamente incompetente a sintonizzarsi con i bisogni profondi dei figli, e
questi, anche se formalmente accuditi, sembrano incapaci di cogliere i propri ed
altrui stati psichici, di empatizzare con essi. Il padre può apparire spesso una
figura distruttiva, non contenuto dalla moglie. Questi individui, per sfuggire
dall'esperienza angosciante di essere soli di fronte alla propria/altrui rabbia,
potrebbero ritirarsi in un mondo di pensieri propri, difendendosi dalla
frustrazione con una sorta di anestesia psichica e convertano la rabbia in
freddezza e disprezzo.
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Questi pazienti sembrano dipendere più
dalle cose e dalla loro costanza che dalle persone, quasi si difendessero dal
più instabile mondo relazionale attraverso la prevedibilità del mondo inanimato
(computer, la propria stanza, le proprie abitudini…). Dipendono cioè dalla
costanza dell’ambiente e reagiscono con disagio, rabbia o persecutorietà in
tutti i casi in cui le loro aspettative o previsioni vengono alterate. Raramente
hanno legami affettivi e prediligono la solitudine.
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In questo clima di deprivazione
affettiva caratterizzata dall'evitamento, il bambino, spesso dotato
intellettivamente, è allevato con schemi rigidi (“devi”, “non devi”), da
caregiver presi dalle proprie priorità e non responsivi.
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Poggiandosi sull’attività di
autostimolazione con attività ripetitive/sedative, il bambino impara a
difendersi controllando l'ambiente e ritirandosi nei suoi pensieri, nel
tentativo di fabbricare un mondo in cui gli eventi dolorosi non esistano o
possano essere dimenticati.
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8.1.2 Cluster B: Drammatico/Emotivo/Incostante
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Questo cluster è caratterizzato
dall'uso dell'emotività come modalità di espressione di sé e di influenza delle
relazioni interpersonali. E' il raggruppamento del “Non Controllo Emotivo”,
manifestato sotto vari aspetti.
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Il tema del non controllo rimanda
all'epoca in cui il controllo viene proposto nello sviluppo (fase del NO) e fa
ipotizzare una manovra inconscia di un bambino di due anni che, arrabbiato, fa
scenate e si oppone, un bambino fragile, insicuro, angosciabile. Se appare più
lagnoso che combattivo diventerà forse un istrionico, se appare più prepotente,
che non vuol sentir ragioni potrebbe diventare antisociale, se viene fatto
sentire superiore e speciale potrebbe sviluppare aspetti narcisistici. Se è
eccitabile ed angosciabile ad un tempo potrebbe avere un futuro tratto
borderline. L'insicurezza sottostante a queste risposte rimanda ad un legame di
attaccamento ambivalente.
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Acquisire controllo sui propri impulsi
è un'operazione che richiede a) uno stato di relativo benessere (se non hai
benessere e quiete, ma sei pressato dall'urgenza del bisogno non riesci/non vuoi
controllarti e vivi il controllo esterno come violento e ingiusto) b) una
persona che ha l'autorità di imporlo ed è interessata a farlo, cosa che
raramente hanno avuto le madri di questo cluster sia perché fragili (quindi poco
autoritarie), sia perché depresse (quindi non hanno la forza o la voglia di
farlo). La persona che insegna controllo deve avere fiducia in se stessa, avere
a cuore il bambino, farlo stare bene, rendendolo così collaborante. Ciò per
questo cluster non avviene. Su questa base le reazioni del bambino oscillano dal
panico, perché si accorge di essere affidato ad una persona che non sa/non vuole
occuparsi di lui, a vissuti compensatori di potenza sul saper fare a proprio
modo, saper provvedere a se stesso, al saper sostenere e sopportare la figura di
riferimento, saper fare a meno di un’adulto di riferimento, saper sedurre una
figura sostitutiva con le proprie qualità. L'effetto di eccitamento di queste
manovre compensatorie è proporzionale al panico che il soggetto sperimenterebbe
se non riuscisse ad attivarle e rappresenta l'euforia di essere riuscito a
sfuggire ad un vissuto di vuoto e di privazione grazie alle proprie risorse.
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Risorse che purtroppo spesso risultano
insufficienti ai compiti eccessivi di auto-allevamento o di supporto dei
genitori con cui l’individuo si misura. Tutto ciò dà vita a modelli operativi
interni che deflagrano quando i vissuti di autonomia della vita adulta
richiedono adattamento come espressione di sicurezza interna e di equilibrata
regolazione.
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8.1.3 Cluster C: Ansioso/Pauroso
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Questo cluster è caratterizzato dal
vissuto di preoccupazione dei soggetti e dal dubbio su di sé.
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In questo cluster appaiono
frequentemente tratti dell'attaccamento ansioso ambivalente o evitante.
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Sembra esistere un collegamento tra la
dimensione relazionale dell'ipercontrollo e tutto il cluster C. Volendo
distinguere, da questo punto di vista, le tre categorie del cluster C, si
potrebbe parlare di controllo iperprotettivo per i dipendenti, controllo basato
sulla vergogna per gli evitanti, controllo basato sull'eccesso di regole e
disciplina per gli ossessivi.
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Il cronico sentimento d'inadeguatezza
che caratterizza i pazienti di questo cluster può provenire dalla sproporzione
tra lo sviluppo e i compiti di inversione dei ruoli che i genitori chiedono ai
figli. Le madri spesso si comportano da sorelle dei figli, chiedono loro di
riempire le loro solitudini, di sedare le loro ansie, di dar loro soddisfazione
con i loro successi necessari a migliorare la loro autostima. I padri appaiono
insicuri, insensibili, chiedono ai figli di non dare problemi.
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La sproporzione del compito rispetto
alle forze possedute da questi individui li rende ansiosi.
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L’individuo può reagire all’ansia: 1)
il dipendente sperimentando la propria insicurezza, incapace di affermare un
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proprio obiettivo, 2) l'evitante
rifiutando di farsene carico e nello stesso tempo temendo il giudizio, 3)
l'ossessivo cercando in una rigida regola esterna un giusto ancoraggio.
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9. Psicoterapia della Gestalt
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Le precoci esperienze di attaccamento
determinano modelli non acquisiti definitivamente. I modelli di un’esperienza
precoce di attaccamento insicuro possono essere riorganizzati.
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Questo è ciò che accade nella
psicoterapia: nel rapporto con il terapeuta il paziente ha l’occasione di
ricevere una risposta alle sue esigenze di attaccamento diversa da quella
ricevuta prima dai genitori e poi da eventuali partner affettivi.
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Percepire nel paziente una capacità di
entrare in relazione, vuoi con noi, vuoi con altri, rimanda ad un attaccamento
ambivalente o sicuro. Al contrario la distanza, l’irraggiungibilità, la mancanza
di empatia ci parleranno di un attaccamento evitante. Situazioni meno nette, con
aspetti di polarizzazione contrastanti, ci fanno ipotizzare un attaccamento
disorganizzato.
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Nella relazione psicoterapeutica,
l’individuo può cambiare le proprie aspettative sull’ambiente e sugli altri,
quindi cambiano i suoi MOI. Il terapeuta si pone come base sicura, offre
disponibilità emotiva, empatia e sostegno, conforta, aiuta a regolare le
emozioni, e questo fa si che il paziente possa dipendere e poi andare verso
l’autonomia.
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“La cura è un co-costruire lo
sfondo dell’esperienza di relazione” .
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Il terapeuta proporrà al paziente
modalità diverse da quelle che ha appreso nel suo originario ambiente: per il
paziente che non è stato visto, accolto, protetto, vivere la relazione
terapeutica, reale e significativa, fa nascere la fiducia e riattiva le energie
nella direzione dell’autorealizzazione.
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Note:
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Monica Vivona |
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