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La lezione più
importante che l’uomo possa imparare in vita, non è che nel mondo
esiste la paura, ma che dipende da noi trarne profitto e che ci è
consentito tramutarla in coraggio. (Tagore) |
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Forse
non esiste altro argomento della psicologia clinica altrettanto
importante e controverso come l’ansia. Questo stato emozionale può
ricorrere in molti quadri psicopatologici, come negli attacchi di
panico, nelle fobie (specifica e sociale), nel disturbo
ossessivo-compulsivo, nel disturbo post-traumatico da stress e
nell’ansia generalizzata. L’ansia è indubbiamente una delle
reazioni umane più diffuse ma nonostante ciò non ne esiste una
definizione univoca. In letteratura troviamo spesso confusione tra i
termini ansia e paura usati troppo spesso come se fossero
intercambiabili. In realtà la paura è alla base di tutte le risposte
di ansia. |
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Per paura
si definisce una risposta emotiva ad una minaccia o ad un pericolo ben
riconoscibile e di solito esterni; essa quindi è caratterizzata
dall’immediato riconoscimento del pericolo presente e dal sufficiente
accordo con lo stimolo. Le sue cause sono extrapsichiche, cioè esterne,
e facilmente individuabili.
Studi sul condizionamento alla paura hanno dimostrato che:
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- Si
impara molto in fretta (può
bastare un solo collegamento fra stimolo condizionale SC e
stimolo incondizionale SI); |
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- È
molto duraturo (resistenza all’estinzione e recupero spontaneo in
presenza di stress); |
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- Comporta
più o meno le stesse reazioni fisiche sia nei mammiferi che nei
rettili. |
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Dal punto
di vista fisiologico, negli esseri umani esisterebbe un vero e proprio
circuito cerebrale della paura. Secondo Ledoux, uno dei più grandi
studiosi del cervello umano, esisterebbe una strada “alta”,
corticale (più lenta e che implica consapevolezza) ed una strada
“bassa”, sottocorticale (più veloce ed inconsapevole). La strada
alta porta dal talamo sensoriale alla corteccia sensoriale (qui lo
stimolo viene elaborato) e poi all’amigdala. La strada bassa invece
porta direttamente le informazioni dal talamo sensoriale all’amigdala.
La strada bassa, essendo più veloce, prevale su quella alta: questo
implica che la paura può non passare per la corteccia e quindi per
l’elaborazione cosciente. Questo spiegherebbe il perché di molti
pazienti fobici che sono consapevoli di avere una paura irrazionale ed
irragionevole per qualcosa ma nonostante questo non riescono a calmarsi.
Secondo Ledoux nella paura è fondamentale il ruolo dell’amigdala (e
non di tutto il circuito limbico come si pensava precedentemente: il
circuito limbico, ed in particolare l’ippocampo, svolge un ruolo
importante nella memoria). A conferma di ciò le ricerche più recenti
hanno dimostrato che negli esseri umani la stimolazione dell’amigdala
comporta sensazioni di paura e di pericolo imminente e che senza
amigdala non c’è percezione della paura. |
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L’ansia
è, in un certo senso, molto più “pericolosa” della paura. Per
ansia si intende quella apprensione o spiacevole tensione data
dall’intimo presagio di un pericolo imminente e di origine in gran
parte sconosciuta. Ne deriva che quando si prova è sproporzionata a
qualsiasi stimolo noto, alla minaccia o al pericolo che ci sovrasta
realmente. Le cause dell’ansia sono quindi intrapsichiche, cioè
intime e difficilmente individuabili. Si può definire “normale”
quell’ansia che viene affrontata con comportamenti costruttivi e
protettivi, permettendo di mantenere una capacità di giudicare in
maniera matura. Parliamo invece di ansia “patologica” quando
l’individuo mette in atto dei tentativi meno validi di adattamento
alla vita (e paradossalmente questi tentativi diventano essi stessi
problematici ed invalidanti); egli ne risente in maniera tale da mancare
di efficienza, tale da non saper raggiungere scopi realistici. |
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Molti
autori, studiando le reazioni ansiose, hanno affermato che ogni momento
di ansia si manifesta con fenomeni che sono evidenti su tre fronti: |
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Fisiologico,
con sintomi che interessano l’apparato cardiocircolatorio,
gastrointestinale, respiratorio, ed in generale neurovegetativo. Ad
esempio aumento della pressione, tensione dei muscoli, aumento del
battito cardiaco e della frequenza respiratoria, accelerazione dei
processi di memorizzazione e dell’ideazione, aumento dell’attività
sensoriale.
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Cognitivo,
come la catastrofizzazione, la valutazione irrazionale della realtà, il
perfezionismo, l’astrazione selettiva, l’autosvalutazione, la
polarizzazione sulle cose che temiamo, l’inferenza arbitraria ecc.
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Comportamentale;
in questo caso l’ansia si manifesta con comportamenti di evitamento o
di fuga. Scappare di fronte alla realtà, però, non fa altro che
interagire con l’aspetto cognitivo contribuendo a cronicizzate le
paure.
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La
distinzione tra paura ed ansia è importante a livello di intervento
clinico: infatti se la paura è alla base di tutte le risposte di ansia,
a ciò consegue che per risolvere i problemi legati alla paura (come
quelli fobici) bisognerà intervenire a livello del circuito basso e
quindi sottocorticale; lo stesso vale per gli altri disturbi di ansia:
l’intervento deve essere mirato sulla paura e non sulle reazioni di
ansia.
Purtroppo nella realtà clinica questo avviene di rado con due
significative conseguenze; da un lato la persona bisognosa di aiuto non
vede miglioramenti ma anzi a volte peggioramenti del suo stato,
dall'altro il clinico comincia a sostenere che se la persona non
migliora forse la causa risiede nella persona che non sarebbe ancora
pronta a superare il suo disagio. |
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Tutto ciò,
in un’ottica funzionale, non ha senso: se un intervento non funziona
la causa è nell'intervento stesso (probabilmente inefficace o applicato
malamente), non nella persona!
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Una
menzione a parte la meritano i sempre più diffusi Attacchi di Panico,
ossia la “paura della paura”. |
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Gli
Attacchi di Panico sono descritti come un'improvvisa manifestazione di
ansia o una rapida escalation di quella solitamente presente; in
particolare un episodio può essere definito come Attacco di Panico se 4
o più, fino a 13, sintomi somatici o cognitivi, aumentano
progressivamente o si manifestano entro un periodo di 10 minuti.
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Tra
questi vi sono risposte fisiche quali palpitazioni, capogiri,
sudorazione, sensazione di soffocamento, tremore e brividi, e sintomi
cognitivi quali paura di morire, di soffocare di diventare pazzo ecc.
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Gli
Attacchi di Panico (AP) possono essere classificati anche sulla base
della condizione in cui si verificano, vale a dire se sono dipendenti
dalla situazione o si producono spontaneamente.
I criteri affinché si possa parlare di AP riguardano la presenza
ricorrente e inaspettata degli attacchi seguita da un periodo di almeno
un mese durante il quale l'individuo riporta frequentemente il timore di
avere altri attacchi. Il modello cognitivo del panico propone che una
determinata sequenza di eventi in una successione circolare conduca
all'attacco di panico ed è conosciuto come il modello del circolo
vizioso del panico. Gli AP sono il risultato di catastrofiche
interpretazioni di eventi fisici e mentali erroneamente considerati
segni di un imminente disastro quale avere un attacco cardiaco, svenire
o soffocare. Ogni stimolo interno o esterno che è giudicato minaccioso
produce lo stato d'ansia e i relativi sintomi somatici associati che se
sono interpretati in maniera catastrofica producono un ulteriore aumento
del livello di ansia intrappolando l'individuo in un circolo vizioso
culminante nell'attacco di panico.
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Una
volta manifestato l'attacco di panico intervengono 3 fattori che
mantengono questa situazione:
1)Attenzione selettiva riguardo alle sensazioni corporee;
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2)
Comportamenti protettivi associati alla situazione;
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3)
Evitamento;
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Nella
pratica clinica, si rilevano negli ultimi anni un numero crescente di
tipologie di patologie fobiche basate su copioni percettivi-reattivi non
riconducibili soltanto alla tendenza all'evitamento ma soprattutto al
tentativo fallimentare del controllo, da parte del soggetto delle
proprie reazioni sia fisiologiche che comportamentali, così come della
realtà circostante. È proprio l'eccesso di tentato controllo che fa
perdere il controllo. Il controllo volontario di funzioni organiche,
altera queste ultime, le quali alterandosi producono la paura
dell'insorgere di un grave malanno.
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La
persona tende quindi a voler avere il controllo delle proprie reazioni
di paura che scatenano i sintomi fisiologici. Proprio tale sforzo di
controllo costruisce letteralmente i sintomi che fanno poi perdere il
controllo. Ovvero la paura della paura che produce il panico. La spirale
circolare tra paura e reazioni fisiologiche può andare in escalation
sino ad una vera e propria crisi di panico, se il soggetto non
interrompe tale circolo basato sul tentativo di controllare le proprie
reazioni.
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Quindi,
di solito, se le cause scatenanti il DAP possono essere diverse,
multiple e personali, il copione attraverso cui si mantiene tale
patologia è spesso un circolo vizioso molto simile in tutti i casi (e
quindi simili saranno le "tecniche" e le "strategie"
atte a rompere questo vero e proprio circolo vizioso in tutte le persone
che presentano tale disturbo).
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In
fondo, come scrive Saverino, non esiste un problema se non
c’è una soluzione.
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Fabio Gherardelli (Psicologo) |
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Riferimenti
bibliografici
Fish R., Weakland J.H., Segal L. (1983) Change: Le tattiche
del cambiamento. La psicoterapia in tempi brevi. Roma: Astrolabio |
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Goleman D., (2000) Intelligenza emotiva. Milano:
Superpocket
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Gordon D.,
Meyers-Anderson M. (1984) La
psicoterapia ericksoniana.
Roma: Astrolabio
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Ledoux J.,
(2003) Il cervello
emotivo: alle origini delle emozioni. Milano: Baldini & Castoldi
Dalai
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Sapolsky
R.M., (1999). Perchè le zebre non si ammalano di ulcera.
Milano: McGra-Hill
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Tagore R., in
AA. VV. (1987) Piccolo breviario per affrontare la paura.
Roma: Gribaudi |